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Caos Siria, filo diretto Usa-Russia tra Tillerson e Lavrov

Caos Siria, filo diretto Usa-Russia tra Tillerson e Lavrov

Il segretario di Stato americano Rex Tillerson e il suo omologo russo, il capo della diplomazia del Cremlino, Sergei Lavrov, hanno avuto una conversazione telefonica su temi piuttosto caldi, a cominciare dalla Siria. La portavoce di Tillerson, Heather Nauert, ha fatto sapere che l’americano ha chiesto a Mosca di svolgere un ruolo costruttivo nei negoziati di Ginevra, che sotto egida Onu stanno cercando – da anni – di trovare una soluzione politica alla guerra civile siriana (mai definitivamente cessata, perché il regime che tecnicamente ha vinto con l’aiuto russo, deve ancora liberare ancora alcune aree dall’occupazione dei ribelli).

Ventiquattro ore prima, Tillerson (da Parigi) aveva imputato la Russia come responsabile ultimo dell’attacco chimico in Siria dello scorso anno, sostenendo che tutto quello che era successo nel conflitto negli ultimi due anni era responsabilità di Mosca; risposta russa attraverso il vice ministro degli Estersi: gli americani alimentano fake news sul nostro ruolo in Siria e sulle nostre responsabilità. Anche per questo, la telefonata è stata importante – importante anche solo il fatto che ci sia stato un contatto, visti i presupposti del giorno precedente – e la richiesta di Tillerson prende un forte valore politico, perché manda un richiamo (piuttosto utopico, in realtà) alla Russia affinché abbandoni il tragitto unilateralmente intrapreso con i negoziati costruito ad Astana – a cui, sotto egida russa, hanno preso parte anche Iran e Turchia – e inizi a collaborare con le Nazioni Unite. Mosca, mentre sul campo aiutava a vincere Bashar al Assad, creava una sistema politico internazionale intorno a Damasco, dandole protezione, legittimazione, riqualificazione.

Uno dei risultati consequenziali a questo schema russo creato per la Siria (alleata strategica dove il Cremlino ha piazzato basi regionali e sul Mediterraneo), è ciò che sta succedendo in questi giorni al confine siriano. La Turchia ha avuto via libera per combattere i curdi nel cantone di Afrin (ossia la parte del Rojava, lo stato ideologico curdo-siriano, che confina a occidente con la provincia mediterranea turca di Hatay), ottenendo da Mosca – che controlla cielo e terra in Siria – il permesso per un’operazione che Ankara bramava, visto che detesta da sempre la presenza curda a pochi chilometri dal suo limes.

Il fatto è che, a legittimarne quella presenza curda, era stato Washington, che si è affidato quasi totalmente alla minoranza etnica siriana (successivamente trasformata nel raggruppamento combattente dal nome politico, voluto dagli americani, Syrian Democratic Force, di cui i curdi sono comunque l’aliquota di maggioranza, insieme ad altre milizie arabe) per sconfiggere lo Stato islamico. Si ricorderà che furono proprio le Sdf – appoggiate dai commandos americani – a sconfiggere l’Is nella sua roccaforte di Raqqa, dove giorni fa gironzolava in relativa sicurezza Joseph Votel, il generale quattro stelle statunitense che guida il CentCom ed è uno dei volti della guerra che ha ridotto il Califfato a brandelli (prima guidava il comando operazioni speciali, che è proprio quello che ha diretto l’appoggio a terra degli americani ai curdi siriani della milizia Ypg).

Già il presidente Donald Trump aveva fatto sentire la sua voce contro la Turchia (si tratta però di richiami verbali, retorici, simili a quelli di Tillerson: perché se gli Stati Uniti avessero avuto un peso reale, e non fossero nel centro del disimpegno avviato già dall’amministrazione Obama, la Turchia non sarebbe partita con l’offensiva; e forse non si sarebbe inserita nel trittico del processo di Astana, ma seguirebbe le linee Nato di cui è membro, allineandosi sul versante onusiano di Ginevra). Trump ha chiesto a Recep Tayyp Erdogan di allentare la presa su Afrin in una telefonata personale.

Il azzardo è evidente: l’azione militare turca potrebbe giungere agli americani presenti al fianco dei curdi siriani, creando un enorme incidente diplomatico. La benedizione russa è strategica, e marca la distanza tra due alleati che a parole rinnovano la propria partnership in ogni occasione buona, nei fatti procedono per interessi unilaterali (più volte i turchi hanno chiesto agli Stati Uniti di abbandonare l’alleanza pragmatica con i marxisti curdi siriani, ma le Ypg, o Sdf, sono troppo importanti per combattere l’Is, unico obiettivo americano nell’area).

Trump fa (infatti) anche un richiamo tecnico alla Turchia: dice che l’azione contro i curdi di Afrin è deleteria per la lotta allo Stato islamico, perché è proprio grazie alle Ypg che tutta quell’area di confine siriano – che per anni ha fatto da pontone per i combattenti stranieri arrivati a combattere il jihad califfale – è stata liberata dall’infestazione dell’Is. La linea della Casa Bianca è stata ripresa dal messo operativo americano alla Coalizione internazionale anti-Is, Brett McGurk, che ha scritto su Twitter: “Siamo pronti a lavorare con la Turchia sulle sue legittime preoccupazioni riguardanti la sicurezza (Ankara ritiene i curdi siriani cugini di sangue di quelli turchi, ribelli con cui è in corso una guerra da anni, ndr), ma un’operazione prolungata rischia di ridare vita all’Isis mentre si trova sulla via della sconfitta”.

La Siria è di nuovo l’avanguardia della politica internazionale.