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Così Russia, Cina, Siria e Myanmar hanno aiutato Kim a fuggire le sanzioni. Rapporto Onu

Così Russia, Cina, Siria e Myanmar hanno aiutato Kim a fuggire le sanzioni. Rapporto Onu

Aveva destato stupore lo scorso agosto l’inedita risoluzione 2371 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, frutto di un lungo lavoro diplomatico di cui si rese protagonista l’ambasciatrice americana Nikki Haley, che riuscì a vincere le ultime resistenze di Pechino. Un miliardo di dollari in sanzioni alla Corea del Nord, a colpire i pilastri dell’economia di Pyongyang, carbone innanzitutto, e poi il ferro e il piombo. “Il singolo pacchetto di sanzioni più grande di sempre” esultava il presidente Donald Trump su twitter. Bene, oggi un rapporto di 213 pagine dello stesso Consiglio di Sicurezza, visto in anteprima da Reuters, svela come, mentre a New York i quindici Paesi membri si impegnavano solennemente a dare il colpo di grazia alle casse di Kim, navi cargo nordcoreane solcavano indisturbate l’Oceano Indiano. Un via vai che da gennaio alla fine dell’anno è riuscito ad accumulare un bottino di 200 milioni di dollari.

Per commerciare, la logica impone, serve un partner. C’è dunque chi ha violato apertamente le risoluzioni Onu durante tutto il 2017, aprendo i porti alle navi di Pyongyang, o incontrandole a metà strada per uno scambio in alto mare, spiega il rapporto. Un primo indiziato è, ancora una volta, il governo di Pechino. Il comitato per le sanzioni avrebbe infatti investigato su 16 carichi di carbone nel primo semestre dell’anno e altri 23 seguiti alla risoluzione di agosto. Fra questi, gli investigatori “hanno anche indagato su trasferimenti di nave in nave di prodotti petroliferi in violazione delle sanzioni, scoprendo che il network dietro a questi vascelli ha base nella provincia cinese di Taiwan”. A fornire le prove è stato un Paese membro, rimasto anonimo nel rapporto Onu, che ha documentato le rotte commerciali che partivano da porti del regime coreano come Wonsan e Nampo per raggiungere il Mar Giallo e il Mar Cinese Orientale.

C’è di più: nel mirino degli investigatori Onu ci sono anche Siria, Myanmar e Russia. Il regime di Assad, rivela il rapporto del Consiglio di Sicurezza, è stato colto in flagranza. Due Paesi, anch’essi tenuti nell’anonimato, hanno intercettato una carovana di merci in rotta verso Damasco provenienti da due spedizioni nordcoreane. Nei camion sono state rinvenute tonnellate di piastrelle resistenti all’acido, in quantità sufficienti per porre le basi di un progetto industriale “di grande scala”, e soprattutto adatte a “costruire mattoni per il muro intimo di una fabbrica di prodotti chimici”. Il dubbio, dunque, è che Assad si stia costruendo un nuovo arsenale chimico grazie a Pyongyang. Lo scorso anno, a seguito dell’attacco chimico nella provincia di Idlib, il Pentagono aveva dato l’ok per un raid aereo contro una base del governo siriano. In questi giorni l’amministrazione Trump è tornata sul pressing contro Assad, mettendolo in guardia dalla tentazione di far nuovamente uso di gas e altre armi chimiche sui civili.

Quanto al Myanmar, già da mesi oggetto di condanna da parte della comunità internazionale per la persecuzione dei Rohingya, il rapporto fa emergere un quadro non meno preoccupante. Il governo birmano, accusa l’Onu, avrebbe acquistato dal regime di Kim, con buona pace delle sanzioni, un sistema di missili balistici, comprese arme convenzionali come lanciarazzi e missili terra-aria. Gli investigatori delle Nazioni Unite, infine, accusano la Russia per aver violato l’embargo contro Pyongyang votato il 5 agosto. Più di 30 rappresentanti di istituzioni finanziarie nordcoreane hanno potuto operare in Russia e Cina indiscriminatamente, rivelano le indagini. E la maggior parte dei carichi di carbone e combustibile, aggiungono i rapporteurs, sono passati dai porti in Vietnam, Malesia, Russia e Cina. Nessuna voce, al momento, si è alzata dalle rispettive ambasciate all’Onu per smentire le indagini.