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L’iniziativa simbolo del volontariato. L’idea dell’asilo di Rossosch, costruito esattamente sui ruderi del Comando del corpo d’armata alpino nel 1942-1943

Tutt’intorno, sotto tempeste di ghiaccio e di proiettili, braccati dagli avversari, i compagni si erano spenti agonizzando, gli arti amputati, le schegge che laceravano la carne, una manciata di neve per ultima cena. Non voleva più parlare di morte, l’alpino Ferruccio Panazza, bresciano classe 1917 scomparso nel 2004, che invece a quell’orrore, la ritirata di Russia, era riuscito a sopravvivere, e quando, all’inizio degli anni Novanta, iniziò a pensare a nuove sfide - i veri alpini son così, a star fermi con la testa, le gambe e le mani si annoiano -, disse che di monumenti ai caduti ce n’erano in abbondanza, ed era ora che si progettasse per chi stava per nascere. E nacque l’idea dell’asilo di Rossosch, poi costruito esattamente sui ruderi del Comando del corpo d’armata alpino nel 1942-1943. L’altroieri, accampato in piazza Beccaria, abbiamo chiesto a Lino Chies, 76enne di Conegliano, «vecio» per antonomasia, fra i primi soccorritori nella strage del Vajont e uno degli alpini più famosi d’Italia: d’accordo Lino, l’adunata del secolo, il mezzo milione, la sfilata, l’affetto dei milanesi, la simbologia delle penne nere; d’accordo tutto, ma di che cosa dovremmo parlare in particolare? «Dimenticati pure il resto, o quantomeno accantonalo per un attimo, e parla dell’asilo. È il simbolo del nostro volontariato».

sono diventati muratori, elettricisti, imbianchini, falegnami, geometri, ingegneri - qualcuno in verità lo era di professione, chi non lo era ha presto imparato -, si sono dati il cambio a Rossosch, cittadina non lontana dal confine con l’Ucraina, hanno là trascorso settimane o meglio mesi, e hanno tirato su un asilo che è stato anche premiato come miglior asilo dell’intera Russia. Un volume complessivo di quasi diecimila metri cubi, una capacita di 150 bambini, una struttura all’avanguardia in tutta la regione, una direttrice di rara efficacia e con una naturale propensione a far rigare piccoli e adulti (gli alpini la chiamano «la tigre»), e va da sé, pure storie d’amore tra italiani e russe che hanno visto la luce mentre il cantiere avanzava. Dice Chies: «Intendiamoci, l’asilo è stata ed è un’occasione per ricordare i defunti, italiani o russi non fa differenza. Non è, attenzione, un tentativo di lavarci la coscienza e chiedere scusa, contando sul tempo che passa: no, per niente, quel che è stato in Russia purtroppo è stato, e sia noi che loro non abbiamo colpe, abbiamo eseguito gli ordini». Nessuno ha svolto mai ricerche, ma non è escluso che fra i piccoli ospiti dell’asilo ci siano stati anche nipotini di quei soldati russi che inseguivano gli italiani, in notti con temperature di trenta gradi sotto lo zero. Il progetto dell’asilo di Rossosch come nome ha «Operazione sorriso».