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Di ghiaccio i rapporti USA – Russia, sul Venezuela

Ancora imprecisate le vittime delle tensioni che da alcuni giorni infiammano le piazze e le strade del Venezuela, teatri di violenti scontri tra gli avversari del Governo Maduro e le forze di polizia, da lui mobilitate. Si sa, con certezza, di una donna, Jurubith Rausseo, 27 anni, deceduta in ospedale dopo essere stata raggiunta da un proiettile alla testa. Un’altra persona era morta due giorni fa. Negli scontri del 1° maggio sono rimaste ferite 46 persone.
Ora la questione comincia a implicare le superpotenze di Stati Uniti e Russia, in netta contrapposizione fra loro, sul problema della leadership nello stato sudamericano. La crisi nel Paese ha innescato un vero e proprio braccio di ferro tra Washington e Mosca, con accuse reciproche, minacce e toni da Guerra Fredda.
“Gli USA seguono da vicino la terribile condizione in Venezuela e stanno facendo tutto il possibile per aiutare il popolo venezuelano, mantenendo aperte molte opzioni”, come afferma il messaggio di rinnovato sostegno trasmesso a Juan Gauidò (che il 23 gennaio u.s. ha giurato come Presidente ad interim, scatenando la rivolta) da Donald Trump, attraverso social ed interviste, “perchè gli Stati Uniti sono con il popolo del Venezuela e la sua libertà”, sottolineando, inoltre, come di fronte a questa condizione, che definisce “terribile”, la sua amministrazione mantenga la possibilità di molti sbocchi. Donald Trump è stato ancora più manifesto durante un’intervista rilasciata alla Fox: “Noi stiamo facendo tutto quello che possiamo, per salvare la condizione, compresa l’azione massima”, riferendosi alla possibilità di un intervento militare. Ha poi aggiunto: “Ci sono molte persone che vorrebbero lo facessimo. Non voglio neanche nominarlo, perché sarebbe molto severo”.
Il Presidente eletto, Nicolas Maduro, ha chiesto all’Esercito la massima lealtà costituzionale, di fronte al tentativo di “colpo di stato”, organizzato dagli Stati Uniti in Venezuela, definendolo un tentativo fallito. Durante un comizio, a Caracas, in occasione della “Festa dei Lavoratori”, ha dichiarato: “Non ci sono riusciti con Chavez ed oggi dico che tantomeno ci sono riusciti, o ci riusciranno, con noi”, riferendosi al fallito colpo di Stato contro Hugo Chavez nel 2002. “Contro il tradimento si è imposta la lealtà; quelli pensavano che avrebbero riunito migliaia di persone ed ora si rifugiano nelle ambasciate”, ha proseguito Maduro riferendosi all’altro leader dell’opposizione, Leopoldo Lopez, martedì liberato da un gruppo di militari anti-chavisti ed ora rifugiato con la moglie, Lilian Tintori e la figlia, nell’ambasciata spagnola a Caracas.
“Codardi, golpisti, criminali”, ha gridato Maduro, che non ha dubbi sulla paternità del tentato golpe. “Oggi sappiamo che e’ stato “l’ingannatore” di Trump, John Bolton, a coordinare il colpo di stato”, ha detto, definendo così il Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA e accusandolo di aver macchinato con Brasile, Colombia e Cile. “Bolton ha coordinato il colpo di Stato preparato dagli Stati Uniti”, ha concluso, annunciando che renderà pubbliche le prove che mostrano chi ha complottato per far cadere il suo governo. Ha concluso: “Tutti i corpi di sicurezza sono impegnati alla cattura ed alla ricerca di questi golpisti, che si sono trovati soli e sconfitti. Non esiterò a mettere dietro le sbarre i responsabili di questo. Rispetto e faccio rispettare le legge e la democrazia di tutto il popolo del Venezuela”. Maduro ha rassicurato il popolo, garantendo che le sue forze armate non permetteranno un colpo di stato.
Altrettanto dura la replica del Segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, che ha imputato la Russia (e Cuba) di voler destabilizzare il Venezuela, mettendo così a azzardo le relazioni bilaterali tra Washington e Mosca. Ha quindi insistito perché la Russia cessi immediatamente le attività di sostegno a Maduro. Mentre a mettere in guardia Cuba ci ha pensato direttamente Donald Trump: “Se le truppe e le milizie cubane non cesseranno immediatamente le operazioni militari e di altro genere, allo scopo di causare la morte e la distruzione della Costituzione venezuelana, imporremo un embargo totale sull’isola, insieme a più sanzioni”, ha tuonato in un tweet.
Intanto nel Paese nuove manifestazioni di piazza per disarcionare il regime sono state convocate dal Presidente ad interim Juan Guaidó, che ha annunciato che inizierà un programma di scioperi scaglionati nell’amministrazione pubblica, fino a far sì che tutti i settori si uniscano in uno astensione dal lavoro generale. “Resteremo nelle strade fino ad ottenere la fine dell’usurpazione di Maduro, un governo di transizione e libere elezioni”, ha assicurato Guaidó.
Negli scontri, gli agenti della Guardia Nazionale “bolivariana” hanno utilizzato gas lacrimogeni e sfollagente, per disperdere centinaia di oppositori. E mentre i militari non hanno dato segnali di sostegno alla rivolta, l’altro personaggio dell’opposizione venezuelana, il già citato Leopoldo Lopez, ha effettivamente lasciato l’ambasciata del Cile, dove si era rifugiato due giorni fa, per trasferirsi, appunto, in quella spagnola assieme alla sua famiglia.