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Esplosione ad Aleppo e nuove sanzioni per Mosca: la crisi Usa-Russia non finisce mai

La base iraniana di Jabal Azzan, a sud della città siriana, è stata colpita da un attacco aereo. Assad convinto che i missili uniranno il Paese sotto la sua leadership

L'esplosione a Jabal Azzan. Nuove sanzioni ventilate contro la Russia. La base iraniana di Jabal Azzan, a sud di Aleppo, è stata colpita da un attacco aereo. Esplosioni che hanno causato la morte di almeno 20 persone, tra cui ci sono anche militari di Teheran. La notizia arriva dai media turchi ed è stata anche ripresa dall'agenzia russa Tass, ma non è chiaro se sia trattato di un'esplosione accidentale in un deposito di armi o se vi sia stato un attacco aereo.

A propendere per la prima ipotesi è Hezbollah, che parla di uno schianto accidentale e anche per il direttore dell'Osservatorio siriano sui diritti umani (Ondus), Rami Abdel Rahman, non è chiara la natura dell'esplosione. Sempre secondo l'Ondus "l'esplosione è avvenuta in una zona dove le forze iraniane (Allied Damasco) sono presenti vicino alla Brigata Fatimi'es" integrata da combattenti composta afghani sciiti.

La notizia per ora non trova conferme indipendenti, ma alcuni media siriani parlano già apertamente di un raid aereo israeliano, come quello attribuito a Israele della scorsa settimana contro la base aerea di Tayfur (o t-4), fra Homs e Palmira, che ha provocato la morte di 24 iraniani. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è tornato ad ammonire Assad: "I suoi sforzi incessanti per apprendere e utilizzare le armi di distruzione di massa, il suo inaccettabile disprezzo per il diritto internazionale e il suo accordo con l'Iran e i suoi alleati mettono in pericolo la Siria".

A quanto risulta a Huffpost, la base colpita era uno dei target da colpire, indicati al Pentagono dall'intelligence militare di Tsahal, le Forze di difesa dello Stato ebraico. Israele ha ripetutamente invitato Putin a non rafforzare le difese aeree di Assad. Perché L'imperativo per l'aviazione militare israeliana è mantenere la sua libertà di azione contro la Siria e il Libano. Il generale Sergei Ruskoi del Comando strategico russo ha già fatto balenare la possibilità che Mosca possa fornire alla Siria gli "S-300", missili antimissile di ultima generazione. Per Israele, confidano fonti vicine al premier Netanyahu, una eventualità del genere rappresenterebbe, assieme al rafforzamento della presenza iraniana in Siria, "una dichiarazione di guerra".

Per questo a Gerusalemme si "sezionano" le parole di Trump e dei suoi più stretti collaboratori, per capire se l'azione di venerdì notti rappresenti una sorta di colpo di coda da parte americana prima dell'annunciato, da parte dell'inquilino della Casa Bianca, ritiro degli Usa dalla Siria. Se così fosse, Israele si sentirebbe lasciato da solo a fronteggiare una minaccia mortale alla sua sicurezza. E allora, tutto sarebbe possibile.

Gerusalemme guarda anche a Mosca. Con un atteggiamento che Yuval Steinitz, uno dei ministri più vicini a Netanyau, sintetizza con Huffpost in questo modo: "Putin deve decidersi se essere arbitro o giocatore. Nel primo caso, Israele è pronto a riconoscergli meriti e aspettative, ma se il presidente russo continuerà a sostenere Assad e gli Iraniani, saremo costretti ad agire di conseguenza".

L'esplosione a Jabal Azzan avviene a meno di 24 ore dall'attacco missilistico congiunto di Usa, Regno Unito e Francia contro l'arsenale chimico siriano. Da Gerusalemme nessuna conferma, né ufficiale né ufficiosa, della paternità dell'attacco. Ma una cosa appare chiara dai silenzi dei vertici politici e da quanto scrivono i maggiori giornali dello Stato ebraico: l'azione dimostrativa non ha soddisfatto Gerusalemme. Tutt'altro. Emblematico, a tal proposito, il titolo di apertura dell'edizione online di Haaretz: "Syria attack Is a Win for Assad". "L'Occidente – spiega l'analisi che sorregge il titolo – non ha compreso che certe sue azioni finiscono per fare di Assad una vittima agli occhi del mondo arabo e, senza indebolirne le capacità militari, rafforza la sua propaganda".

E una conferma viene dallo stesso rais di Damasco. Bashar al- Assad è convinto che i missili occidentali contro la Siria non avranno altro effetto che "unire il Paese" sotto la sua leadership. Il presidente siriano se n'è detto convinto ricevendo oggi a Damasco una delegazione di politici russi. Per Assad, inoltre, al raid si è associata una campagna di menzogne al Consiglio di sicurezza contro la Siria e la Russia. "Questo dimostra che entrambi i Paesi stanno combattendo una battaglia non solo contro il terrorismo, ma anche a difesa del diritto internazionale che si basa sul rispetto per la sovranità degli Stati e della volontà dei loro popoli".

La presidenza siriana ha postato sul suo profilo Twitter una foto dell'convegno. A riferire le parole del rais è stato il parlamentare russo Dmitry Sablin. I russi hanno descritto Assad come assolutamente "positivo e di buon umore". Il giorno dopo, parla Putin. Il presidente russo ha detto all'omologo iraniano, Hassan Rouhani, che nuove violazioni della Carta delle Nazioni Unite porteranno "al caos nelle relazioni internazionali". Lo ha reso noto il Cremlino annunciando una conversazione telefonica tra i due leader in cui hanno parlato della Siria dopo l'attacco di Usa, Francia e Gran Bretagna. I raid "danneggiano le prospettive di una soluzione politica" in Siria, hanno concordato Putin e Rouhani.

Che fare? Che fare dopo un'azione dimostrativa, che tale è rimasta, senza aver modificato la realtà del campo. Un campo affollato da giocatori mossi da interessi diversi, se non opposti. Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia, Israele, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, senza dimenticare i curdi e lo Stato islamico: trovare una quadra appare oggi una missione impossibile. C'è chi parla e scrive di "missili dell'irrilevanza", ma scavando più a fondo, la realtà che emerge è molto più complessa e attiene ai caratteri che può assumere la guerra nell'era nucleare, quanto a testarsi sono le due potenze militari globali. Ed è quello che è avvenuto venerdì notte in Siria. Ha ragione il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, quando avverte che la Guerra fredda è tornata.

Tornata ma in un contesto mondiale diverso e per molti versi più pericoloso. Perché oggi, e la vicenda siriana ne è la testimonianza più rilevante ma non l'unica, non siamo di fronte a due blocchi contrapposti ma in cui era chiaro chi comandava. Oggi Usa e Russia si confrontano circondati da alleati scomodi perché animati a loro volta da ambizioni che possono alla fine confliggere con quelle di Mosca o Washington. Le variabili sono aumentate, come la potenza degli armamenti a disposizione. Trump non poteva non intervenire, senza perdere la faccia, ma non poteva, gli hanno spiegato quelli del Pentagono, alzare troppo il tiro non contro Assad ma contro i suoi protettori Russi.

Le due potenze si sono "annusate", hanno testato i nuovi sistemi d'armi missilistici, sapendo che in futuro, la risposta russa ad un nuovo e più penetrante attacco starebbe Nel colpire le navi da cui partono i missili. Ma se questo avvenisse sarebbe il disastro. L'escalation, una volta iniziata, sarebbe difficilmente controllabile. Il Pentagono conferma che nel raid è stato colpito un centro di ricerca scientifica a Damasco ed il deposito di armi chimiche di Him Shinshar situato a ovest di Homs che si ritiene fosse connesso alla produzione di Sarin. Missili da crociera hanno colpito anche una struttura di stoccaggio di armi chimiche ed un posto di comando vicino a Homs. Secondo il capo di stato maggiore Usa, il generale Joe Dunford, i raid sono stati puntati su luoghi collegati al programma delle armi chimiche siriano, uno vicino Damasco e due nella regione di Homs.

Per il momento si è trattato di un "one-time shot", come l'ha definita a caldo il numero uno del Pentagono, l'ex generale James Mattis. A cui però potranno seguirne altre se Damasco farà nuovamente ricorso ai gas: "Abbiamo dato alla diplomazia chance su chance. Ora il tempo delle parole è finito, e se la Siria userà ancora i gas gli Stati Uniti hanno il colpo in canna e sono pronti a sparare", ha minacciato senza mezzi termini l'ambasciatrice Usa all'Onu Nikki Haley durante la riunione del Consiglio di sicurezza convocata d'emergenza al Palazzo di Vetro di New York. La Russia "usa il veto al Consiglio di sicurezza come il regime siriano usa il Sarin", ha tuonato l'ambasciatrice Usa, con un linguaggio certamente poco diplomatico. Non basta. L'amministrazione Trump è pronta a colpire Mosca con nuove sanzioni. È la stessa Haley a dirlo, annunciando misure che potrebbero essere varate già domani. Intervistata da Fox l'ambasciatrice americana, che accusa la Russia di alimentare le tensioni con gli Stati Uniti e di non fare nulla per evitare che il regime di Assad usi armi chimiche, ha ricordato le sanzioni già varate e "continuerà a farlo, come vedrete lunedì", ha aggiunto.

Intanto, dopo le presunte prove dell'attacco chimico a Douma, una squadra internazionale di esperti ha iniziato proprio oggi la sua indagine per verificare se le ipotesi dell'Occidente possano trovare riscontri. La missione dell'Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) è arrivata a Damasco nella giornata di sabato, quando ancora non si erano dissolti i venti di guerra. Parlando all'agenzia Afp, il vice-ministro siriano per gli Esteri, Ayman Soussane, ha detto che "è previsto che la squadra si diriga oggi a Douma, per iniziare il suo lavoro". "Lasceremo alla squadra di fare il suo lavoro in maniera professionale, obiettiva e imparziale, lontano da qualunque tipo di pressione", ha spiegato il vice-ministro, secondo cui i risultati dell'indagine mostreranno che "le accuse sono menzognere". Teatro delle indagini sarà la cittadina di Douma, nella regione della Ghouta orientale, alle porte della capitale siriana. L'area, secondo quanto ha fatto sapere ieri il regime di Damasco, è stata "ripulita" da tutti i ribelli. E, probabilmente, anche delle prove dell'attacco chimico.