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Russia 2018, le palle di Putin / Goldman Sachs non azzecca un pronostico. E non solo nel calcio

Se la Coca-Cola in Russia distribuisce le bottigliette con le etichette marchiate dagli incontri della nazionale russa, a Kuopio, nord “periferico” della Finlandia, l’Indie Brewery Rps (l’acronimo significa Rock paper scissors, ossia sasso, carta, forbici, slogan: “Taste the game”, assaggia il gioco) ha messo in commercio una birra Helsinki summit special edition dry-hopped lager, alcolica al 4,7%, dedicata al summit Putin-Trump (la vera finale dell’altro Mondiale) che si svolgerà nella capitale finlandese lunedì 16 luglio. L’etichetta mostra i due presidenti di profilo – a sinistra Vladimir Putin, a destra Donald Trump. Invece di stringersi la mano, i due avvicinano i pugni. Il marchio della birreria allude alla morra cinese. L’immagine fa pensare a due pugili, sul ring prima del combattimento. Trump ostenta il muso duro, Putin lo sfida con lo sguardo. Al centro, una scritta: “Let’s settle this like adults” (Risolviamola da adulti).

Ma intanto, il calcio ricomincia a essere giocato. Ho svolto un breve ma affidabile sondaggio tra edicola, bar, garage e qualche amico al telefono. La finale che la maggior parte dei miei interlocutori vorrebbe vedere è quella tra Belgio e Croazia. Quella che si aspettano perché la più probabile ma che non amerebbero è Francia-Inghilterra. Varianti accettabili: Belgio-Inghilterra e, ultima, Francia-Croazia. Romelu Lukaku piace più di Kylian Mbappé. L’inflessibile Goldman Sachs – quella che ci rovina la reputazione finanziaria – prevede come finale quella degli inglesi contro i belgi. I quali diventeranno campioni del mondo. Bruxelles dovrebbe incrociare le dita. Perché sinora i pronostici della banca d’investimenti si sono rivelati completamente sballati.

Dall’alto della sua spocchia, Goldman Sachs ha vantato con fierezza i suoi algoritmi che hanno messo in moto ben 200mila modelli di previsione e simulato un milione di alternative. Il gigante di Wall street, l’11 giugno scorso, aveva pubblicato uno spesso documento di 45 pagine, dando in ogni senso i numeri: cioè i risultati della competizione, partita dopo partita. Secondo le eminenze grigie della non meno eminente istituzione finanziaria, per modello la Germania avrebbe dovuto battere l’Inghilterra ai quarti di finali e poi procedere spedita sino alla finale. Il Portogallo, dal canto suo, si sarebbe sbarazzato dell’Argentina e avrebbe raggiunto le semifinali. Quanto alla Francia che stasera si batterà con il Belgio, avrebbe dovuto vedersela con la Spagna ai quarti. Non parliamo poi della Russia, liquidata già ai gironi. Dulcis in fundo – anzi in affundo – il Brasile: favorito per la vittoria, capace di conquistare la sua sesta Coppa del Mondo. Il sofisticato modello di previsione ha azzeccato solo due degli ottavi: Brasile-Messico e Colombia-Inghilterra, così come la presenza di 10 delle 16 squadre capaci di superare i gironi eliminatori. Per le semifinale, buio assoluto. Una scimmia, addestrata per estrarre le palline dei sorteggi, avrebbe saputo far peggio?

Miscelando dati statistici che risalivano sino al 2005, tenendo conto del ranking Fifa, delle classifiche dei marcatori, dei piazzamenti individuali dei giocatori, dei risultati ottenuti dalle nazionali (scoprendo, udite udite, che chi ha vinto di attuale più partite ha più probabilità di vincerne ancora), correlando i gol subiti a quelli realizzati, è uscito fuori che il Brasile aveva il 18,5 % di successo, dinanzi alla Francia (11,3%) e alla Germania (10,7%). Poi, in ordine: Portogallo, Belgio, Inghilterra.

Ci si è messo anche l’elvetica Ubs in questo gioco delle previsioni, trattate dai loro analisti alla stregua delle valutazioni finanziarie (se tanto mi da tanto…). Ebbene, per il colosso bancario svizzero, la squadra favorita numero uno era la Germania (24% di possibilità), seguita dal Brasile (19,8%) e dalla Spagna (16,1%). Peggio di così era proprio difficile da vaticinare. Il che ci impone una piccola riflessione sul sistema che questi istituti finanziari hanno imposto per decidere chi salvare e chi no, per dare il rating (e, di conseguenza, fare alzare o abbassare i tassi d’interesse) alle aziende e, soprattutto, alle nazioni.

La loro arrogante intrusione nel mondo del calcio, conferma i dubbi che da tempo quelli come me hanno nei confronti di questa egemonia del capitalismo finanziario. I loro strumenti di marketing, come appunto le previsioni di Russia 2018 (toppate alla grande), avrebbero dovuto incitare nell’opinione pubblica un atteggiamento positivo nei loro confronti. E farci dimenticare gli inganni sui conti della Grecia in default, il modo in cui le banche avevano previsto la crisi dei subprimes (2008), mentre continuavano a vendere ai loro clienti prodotti d’azzardo su questo mercato. L’Ubs, per modello, aveva tutto il vantaggio di far dimenticare l’affare del 2011, quando perse 2 miliardi di dollari e tante altre imbarazzanti situazioni. Morale della favola: perché continuiamo a dar credito a questa manica di imbonitori della finanza mondiale? Non è in discussione il lavoro e l’intelligenza degli analisti, ma la realtà è che la maggior parte di loro non azzecca l’avvenire. Né del mercato. Né del calcio.

Metti, il caso della Russia. Sconfitta dai croati. E da un “agente occulto” che sarebbe stato nelle basi del reggimento Azov in Ucraina, vicino a Mariupol, con l’incarico di addestrare i volontari ucraini per combattere contro i secessionisti filorussi: il terzino Domagoj Vida – quello del motto “Gloria all’Ucraina!” gridato in un messaggio video diffuso su Internet subito dopo aver battuto la Russia – diventato ormai il nemico numero uno. La notizia di Vida addestratore di volontari antisecessionisti è stata diffusa da Zvedza, sito della propaganda più smaccata del Cremlino. Ed è stata subito smentita dal portavoce del reggimento: “Assurdo, Vida non è mai stato da noi e non sapremmo nemmeno come un terzino di calcio potrebbe allenare dei volontari”.

La sconfitta ai rigori brucia. Ma ancor di più il fatto che la Fifa non abbia multato Vida, mentre lo ha fatto, punendo gli svizzeri di origine kosovara Xherdan Shaqiri e Granit Xhaka, per il loro provocatorio gesto dell’aquila bicefala (simbolo del Kosovo) esibito dopo aver segnato alla Serbia, che non ne ascia l’indipendenza. I russi hanno giudicato (non a torto) ipocrita la scelta di sanzionare “per atteggiamento non sportivo” (15mila 150 dollari di multa) solo l’assistente allenatore croato Ognjen Vukojevic – peraltro già cacciato dalla nazionale. Pare che la federazione ucraina sia disposta a pagare lei per Vukojevic e questo aggiunge sale sulla ferita aperta.

Il senatore Frants Klintsevich di Russia unita (il partito di Putin), membro della Federazione russa e originario della Bielorussia, bolla i croati: “sono traditori del nostro mondo slavo”. Riferendosi al video che ha suscitato riprovazione, indignazione e rabbia, il politico ha detto: “Sono assolutamente assolutamente convinto che sia necessario richiedere, sia per via diplomatica che per via politica, una risposta per questa provocazione. Non è necessario gonfiare ancor di più il caso, ma è necessario ottenere una risposta”. Il parlamentare Sergej Krivonosov, vicepresidente del comitato per lo sport, ha girato ancor di più il coltello nella piaga: “Ritengo che si tratti di un atteggiamento particolare, che non viene sostenuto dal Paese dell’atleta. Vida ha giocato in Ucraina e lì è stato contagiato da questo genere di atteggiamenti. Questo tipo di atteggiamento è assolutamente inaccettabile e dovrebbe portare a delle sanzioni amministrative”. La colpa? La mentalità che viene trasmessa in Ucraina “porta a questi risultati”. Il risultato è che i russi tiferanno con accanimento per l’Inghilterra. Chi l’avrebbe mai detto?

Uno è Eduard Limonov. L’ultras della cultura russa. Il controverso e istrionico scrittore nazional-bolscevico, 75 anni vissuti sempre sulle barricate delle polemiche e dell’acidità, sputa infatti veleno sulla Croazia. Racconta come ha combattuto contro di loro: “Siamo stati troppo buoni”, il doppio senso è palese, rimpiange di non essere stato più brutale durante la guerra e che l’organizzazione di Russia 2018 li abbia accettati. Nella bellissima biografia (che Limonov detesta) scritta da Emanuel Carrère, lo scrittore francese dice che Limonov non è un personaggio finto: “È stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio”.

La sua vita è innanzitutto un romanzo d’avventure: le sue e quelle della Russia, ma pure le nostre, dopo la fine della Seconda guerra mondiale. È un personaggio che può apparire ripugnante, se vogliamo. Di certo è scandaloso, scapigliato, aspro, sorprendente. L’ho conosciuto a Mosca, qualche anno fa. Mi ha raccontato di quando era nelle milizie serbe (sparava a Sarajevo) e di come noi ci sbagliamo nel pensare che Putin sia il capo di tutto. È una marionetta. Il vero potere l’hanno altri. Oligarchi e siloviki – gli uomini delle istituzioni “forti”. Trenta famiglie comandano. L’1% possiede il 74% delle ricchezze russe. È un temerario, in ogni senso. “Un militante sul fronte del male” (copyright Francesca Borrelli).

Un militante sul fronte della memoria calcistica, invece, è il pragmatico – e vincente – Didier Deschamps. L’allenatore della Francia potrebbe scrivere, come un Alexandre Dumas del calcio, i suoi “20 anni dopo”. Il selezionatore dei Blu punta un obiettivo che lui stesso definisce “supremo”. Vincere il Mondiale, giusto 20 primavere dopo averne vinto uno da calciatore, nel 1998: “In questa seconda vita, sono rimasto come nella prima. Non mollo nulla sino all’ultimo fischio dell’arbitro”. Quello finale. E della finale?