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Russia 2018, le palle di Putin / La Croazia sa cosa vuol dire combattere

Oggi giornali e siti web russi dedicano le loro aperture ai temi caldi dell’economia o della politica. Il Mondiale è declassato. Ha vinto la Croazia che è una piccola nazione balcanica ma una grande potenza del calcio. L’esatto opposto della Russia putiniana. Il Vedomosti, reputato quotidiano politico-economico, apre con il petrolio, che probabilmente “non basta per tutti”. Le notizie della Fifa e di Russia 2018 sono sprofondate nella cronaca comune. Sul motore di ricerca internet Yandex, bisogna scrollare un po’, prima di trovare qualche cosa: la Duma, il Parlamento, propone di istituire un giorno del calcio russo per festeggiarlo.

Konsomolskaja pravda, nella sezione Fifa 2018, riporta quale prima notizia quella di un tifoso inglese scomparso a Samara. Come seconda notizia, replica le scuse di Domagoj Vida, autore del video provocatorio “Slava Ukraini!” (“Gloria all’Ucraina”). Titolo: “Non faccio differenza tra russi e ucraini”. Le notizie d’apertura sono per pensioni, assegno di disoccupazione, asili nido ed esami di maturità. RuPosters.ru apre sul summit Trump-Putin, commentando il vertice Nato. Aspettative e realtà in un momento in cui “le relazioni tra i due Paesi sono al peggior livello dal tempo della Guerra Fredda”. Lenta.ru, uno dei più popolari siti d’informazione, riporta che Vladimir Putin ha “esteso l’embargo alimentare”, quale rivincita per il persistere delle sanzioni contro Mosca. Ma resiste poco più in basso la foto di Mario Mandzukic e dei suoi compagni che festeggiano la vittoria sull’Inghilterra: “Gloria alla Croazia!”.

Gli fa eco Garry Kaspatrov, da Podstrana, in Dalmazia, dove ha fondato nel 2016 la Kasparov chess foundation adriatic: “Amazing Hrvatska!” (“Incredibile Croazia!””. Il grandissimo scacchista (e fiero critico di Putin) è rimasto estasiato dal tifo dei croati: “Che determinazione. L’entusiasmo della gente suonava come una rivoluzione, qui nelle strade di Podstrana! Deve essere la più piccola nazione mai arrivata in finale, dai tempi dell’Uruguay, è storico! Mi dispiace per l’Inghilterra e per Nigel Short. Dopo la Croazia, avrei altrimenti tifato per l’Inghilterra. Peccato che questa non sia potuta essere la finale”. È il rammarico di molti.

Purtroppo, è l’analisi di quasi tutti i media russi (e croati), la Croazia arriverà alla finale stremata. Perché ha disputato le ultime tre partite a scontro diretto finendole sempre ai supplementari, due delle quali ai rigori. Di fatto, ha giocato 90 minuti più della Francia, cioè il tempo di una partita, avendo a disposizione un giorno in meno per il riposo. Un calendario iniquo, quello preparato dalla Fifa: premia una metà del cartellone, penalizza il secondo, è il commento di gran parte degli internauti nei social.

Quanto a Kasparov, nel 2014 ha ottenuto la cittadinanza croata, sebbene sia residente a New York. È nato a Baku nel 1963, in Azerbajan, figlio di un ebreo russo e di una madre armena. Anche lui, un bel guazzabuglio identitario. A 15 anni approdò al campionato nazionale sovietico, mai neppure uno c’era riuscito alla sua età. A 17 anni conquista il titolo di Grande maestro. È diventato numero uno del mondo nel gennaio del 1984. Dal 1985 al 2000 ha dominato da monarca assoluto del gioco più bello del mondo (dopo il calcio, dicono tanti). Un genio multietnico che si sente russo ma anche cittadino del mondo.

Lasciate le scacchiere agonistiche nel 2005, Kasparov ha cominciato a giocare una partita assai più complessa, opponendosi alla democratura putiniana, il regime che secondo Garry sta schiacciando le libertà della società civile russa. Ma è diventato pure un guru che associa pedoni, cavalli, alfieri, torri, Re e Regina alla nostra esistenza: “La vita, infatti, imita gli scacchi”, questo gioco aiuta a perfezionare le nostre capacità cognitive e riflessive. Ci porta ad identificare i nostri punti di forza e anche le nostre debolezze. La continua analisi di noi stessi è una sfida. Impariamo a non sottovalutare niente e neppure uno: “Anche dopo una vittoria sono sempre andato a ricercare i miei errori. Chi sta al vertice non può riposare sugli allori: deve sfidarsi al punto da giungere a essere brutale con se stessi”.

Coincidenza: la maglia ufficiale della nazionale croata è a scacchi bianchi e rossi. Il gioco degli scacchi è molto popolare nei Balcani, lo si insegna a scuola, ai bambini. La fondazione di Kasparov è stata creata apposta. È una disciplina cerebrale che impone grande autocontrollo e sapiente distribuzione degli sforzi mentali che incidono pesantemente sull’efficacia fisica. Gli scacchi piacciono a Zlatko Dacic, il cittì della nazionale croata, il “mister” che è riuscito a portare alla finalissima di domenica 15 luglio i suoi 22 giocatori (Nikola Kalinić, il 23esimo è stato cacciato via dopo la prima partita perché si era rifiutato di scendere in campo, adducendo un dolore alla schiena, di fatto non accettava di essere considerato una riserva).

Pure Dacic sa cosa vuol dire avere addosso il peso dell’identità, in un mondo – quello dei Balcani – dove intrecci, migrazioni e conflitti sono nel dna di ciascuno. È nato in Bosnia, nel 1966, a Livno. Lui e suo fratello Miran sono stati giocatori, Zlatko nel ruolo di mediano. In Croazia indossa la maglia dell’Hajduk Spalato, della Dinamo Vinkovci, poi torna in Bosnia al Valez di Mostar, da qui passa a Varadzin (Varteks) dove resta quattro stagioni, ritorna a Spalato per finire la carriera di nuovo al Varadzin. Qui diventa poi allenatore (si occupa della Under 21, anche). Lo vuole il Rijeka, ma ci sta solo un anno. Emigra in Albania nella stagione 2008-2009, alla Dinamo Tirana con la quale vince la Supercoppa albanese. Poi si trasferisce in Arabia Saudita: pagano molto di più. Ci resta sette anni. Nel 2010-2011 è eletto allenatore dell’anno nel campionato saudita. Nel 2014 passa all’An Ain, negli Emirati e vince subito la Coppa dei Campioni della confederazione africana, risultato storico.

La svolta arriva quando il grande Davor Suker, l’eroe del 1998 (fu capocannoniere della Croazia ai Mondiali di quell’anno) che è diventato presidente della federazione croata, lo chiama a Zagabria per vedere se gli riesce di raddrizzare le sorti della nazionale croata che rischia di non andare ai Mondiali. Deve sostituire Ante Cacic, che non è più gradito dalla federazione. È la vigilia di uno scontro decisivo con l’Ucraina, a Kiev. La scelta di Dalic è una plateale soluzione d’emergenza. Lui ascia la scommessa. Non ha nulla da perdere. Inoltre, ha le spalle grosse: è stato scolaro di Miroslav “Ciro” Blazevic, il mitico coach del 1998. Riesce a conquistarsi la fiducia di Luka Modric, il capitano. Gli altri lo accettano. E sconfiggono l’Ucraina. Il resto è cronaca di questi giorni: la Croazia liquida una dopo l’altra la Nigeria, l’Argentina, l’Islanda, la Danimarca (ai rigori), la Russia (ai rigori), l’Inghilterra. Prima di Russia 2018 era 18esima nel ranking della Fifa, dinanzi all’Italia. Oggi è tra le prime cinque o sei.

In Croazia il calcio è patriottismo. Come da noi, ognuno dei 4,2 milioni di abitanti si sente allenatore e sa tirare un calcio al pallone. E poi, c’è il cuore, come ha detto ieri sera, alla fine della partita, un sovreccitato Mario Mandzukic, l’autore del gol (al 108esimo) che ha permesso alla Croazia di raggiungere la finale: “Non è stato un miracolo. Abbiamo realizzato qualche cosa che solo i grandi giocatori possono realizzare. Abbiamo giocato con il cuore e tutti ci sostengono”. Beh, tutti non proprio. Il pubblico russo che ha riempito lo stadio Luzhniki di Mosca ha uheggiato e fischiato Domagoj Vida, reo d’aver dedicato la vittoria contro la Russia all’Ucraina. Bisogna capirlo: gioca per la Dinamo Kiev.

La guerra non dichiarata tra russi e ucraini passa dalla Crimea e dal Donbass, dal 2014 ha provocato più di 10mila morti, distruzioni e diaspore. L’ultranazionalismo mica poi tanto nascosto dal motto “Slava Ukraini!” del terzino croato, è la punta di un iceberg politico significativo: se 20 anni fa i calciatori croati che arrivarono alla soglia della finale rappresentavano la generazione dell’indipendenza, quella di oggi evoca il ritorno a quello sciovinismo e patriottismo che percorse la Croazia negli anni della sanguinosa guerra contro la Serbia. Del resto, la presidente Kolinda Grabar-Kitarovic ha cominciato a far politica nello stesso partito di Franjo Tudjman, il primo capo della Croazia indipendente che viene considerato come il padre della patria ritrovata. Lo stesso che dichiarò: “Lo sport, dopo la guerra, è ciò che distingue le nazioni”.

Le derive populiste e sovraniste di questi ultimi difficili tempi attraversano dunque non solo la geopolitica ma il calcio, che della geopolitica è un elemento simbolico. La bella presidentessa croata che abbiamo visto scatenarsi negli spogliatoi della squadra, è la stessa persona che ha dichiarato, in un suo viaggio in Argentina, che coloro che scapparono dall’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale avevano cercato in Sudamerica “uno spazio di libertà in cui dare testimonianza del patriottismo e sottolineare le legittime richieste di libertà per il popolo croato e la patria”.

Ho conosciuto a Buenos Aires qualcuno che lasciò la Croazia per sfuggire ai partigiani di Tito. Stavo facendo un’inchiesta sul dossier Odessa e la fuga dei criminali nazisti che trovarono riparo in Argentina (in particolare, nelle zone andine di Bariloche). Molti di costoro erano i famigerati gerarchi del regime fantoccio di Ante Pavelic (che poi sarebbe andato a vivere nella Spagna di Franco), il poglavnik insediato da Benito Mussolini, responsabile di efferati massacri (lo intervistò Curzio Malaparte che scrisse di aver visto dentro una grossa ciotola che il dittatorello teneva sulla scrivania decine di occhi umani, strappati alle vittime dei suoi rastrellamenti). Anche Pavelic aveva trovato rifugio in Argentina, sfruttando l’appoggio di prelati amici del Vaticano. E sempre la signora Kolinda si distingue per un certo revisionismo riguardo l’Olocausto e il massacro nel campo di Jasenovac. Viktor Orban contagia i vicini di frontiera.

Ho passato anni in Croazia, a Sarajevo, in Bosnia, in Serbia. Gli anni delle guerre più feroci che si possano immaginare. Violenze che ti restano nell’anima, come un marchio indistruttibile. Quando i Galeb serbi bombardavano le postazioni croate, c’era chi tirava fuori dai cassetti o da chissà quali nascondigli francobolli della repubblica ustascia, emblemi, uniformi, gagliardetti, mostrine di quel tempo.

Un revival che è diventato tendenza. Al punto che qualche tempo fa c’è stata una petizione per reintrodurre sulle divise del’esercito il grido di battaglia degli ustascia “Za dom, spremni!”(Per la patria, (siamo) pronti!). Tra le firme della petizione, quella di Josip Simunic, croato di origini bosniache nato in Australia, difensore della nazionale. Quel motto lo urlò a squarciagola il 19 novembre del 2013, allo stadio di Zagabria, dopo che la Croazia battendo l’Islanda aveva ottenuto la qualificazione ai Mondiali del 2014. O meglio: lui rivolgendosi agli ultras urlò “Per la patria!”, loro gli risposero “Pronti!”. L’allora 35enne difensore della nazionale fu squalificato dalla Fifa a causa di questo “atteggiamento discriminatorio” per dieci giornate e multato. Si ritirò dal calcio professionista alla fine del 2014.

Tornando infine a Vida, il reprobo additato al pubblico ludibrio, invece di deprimersi per i fischi e i buu, si è esaltato. Ha tenuto botta e ha distribuito botte. I 22 ragazzi di Dalic sono figli della guerra che ha sconvolto i Balcani per quasi 10 anni. Sanno cosa vuol dire combattere. Resistere fin che si può.