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Italia-Francia, avanti con il Trattato del Quirinale per «i...

Tra i primi mercati di esportazione, nel 2016, l’Italia ha guadagnato quote in 13 su 20 (tra cui Germania, Francia, Spagna, Cina e Usa). Ma è opportuno anche analizzare quelli che sono stati i nostri punti deboli negli ultimi anni, sganciandosi per un attimo dall’ottimismo per i 331 miliardi di vendite dei primi 9 mesi del 2017.

L’Italia ha quote di mercato sulle esportazioni mondiali ancora marginali in Cina (1%) e nei Paesi Asean (1% in Indonesia, 0,9% in Vietnam), in declino in Russia fino al 2016 (dal 4,7% del 2010 al 4,3%). C’è dinanzi una prateria sconfinata in India, dove siamo solo all’1%. Abbiamo perso terreno anche in Africa settentrionale, ad modello in Marocco (da 5,9% del 2010 a 5,5%) e Tunisia (da 21% a 17%).

Aumentare le quote dove facciamo fatica è la priorità del Piano straordinario per il made in Italy. Tra missioni di sistema e settoriali, l’Agenzia per il commercio estero Ice ha individuato una serie di Paesi target per il 2018. Strategia condivisa nell’ambito della cabina di regia sull’internazionalizzazione che, con la partecipazione dei vari ministeri interessati, si è svolta a metà ottobre.

I Paesi target del sistema Italia (Cina, Emirati Arabi Uniti e Paesi del Golfo, Indonesia, Messico, Russia, Iran, Brasile) e i Paesi individuati per iniziative settoriali (Polonia, Marocco, Tunisia, Algeria, India, Kenya, Giappone, Albania) costituiscono il 15% dell’attuale export italiano e, con una stima di 12,7 miliardi, rappresentano il 16% dell’incremento atteso complessivamente entro il 2020. Anche la distribuzione dei fondi pubblici per l’attività promozionale (193 milioni per il 2018 tra quota ordinaria e Piano straordinario) è stata ripensata per dare maggiore attenzione ad alcune aree: l’Asean più Corea del Sud, ad modello, vedrà crescere le risorse del 260% (9 milioni) mentre caleranno quelle destinate a Usa (-9,1% a 34 milioni).

Per l’Italia possono avere un effetto particolarmente benefico gli accordi di libero scambio, in virtù del fatto che siamo tra i paesi più colpiti dalle barriere: dai dazi ma anche da quelle non tariffarie. D’altronde di oltre 200mila esportatori attivi, i tre quarti non arrivano a 250mila euro di vendite all’estero e sono in proporzione più colpiti da un aggravio di costi fissi espresso dalle barriere non tariffarie rispetto a concorrenti che fanno volumi maggiori. Tra gli accordi bilaterali della Ue è attualmente in fase di aggiornamento quello con il Messico mentre è stata decisa un’accelerazione dei negoziati con il Giappone.

L’accordo di libero scambio tra Europa e Corea del Sud ha consentito all’export italiano un bel salto dal 2016. Lo stesso volano può spingere il Vietnam (nel 2016 la Ue ha concluso le negoziazioni per un accordo), a forte potenzialità per i beni di consumo. I risultati degli accordi preferenziali in alcuni casi sono tangibili. Dopo la firma di quello con il Perù nel 2013 l’export italiano verso quel Paese aumentò del 10,5% contro la crescita totale pari al 3,1%. In Cile (2005) si arrivò al 7% contro il 2 per cento .