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Rilancio del dialogo con la Russia | ISPI

Malgrado gli interessi nazionali sopra esposti, l’Italia non può che iscrivere la propria azione all’intimo del perimetro europeo. Coordinare le proprie azioni con il resto dei paesi membri e sostenere le politiche europee verso la Russia – anche qualora l’immediato ritorno per il nostro Paese fosse dubbio, come nel caso delle sanzioni – risulta una responsabilità irreparabile per il governo di Roma. Il azzardo, infatti, è che l’Italia venga percepita da altri partner europei, soprattutto quelli dell'Europa orientale, come un paese guidato da meri interessi economici, o addirittura come “cavallo di Troia” per l’influenza russa in Europa. In questo quadro, dunque, l’Italia si trova nella difficile posizione di perseguire i propri interessi nella direzione di un allentamento delle tensioni europee con la Russia, ma garantendo allo stesso tempo coerenza con l’azione comune di Bruxelles e delle altre organizzazioni di cui fa parte, a partire dalla Nato. In questo ambito, l’Italia potrebbe avviare un dialogo con quei membri che hanno, per ragioni storiche, sensibilità diverse nei confronti della Russia. Ad modello, Romania e Polonia, due recenti membri Nato che condividono una percezione molto negativa della Russia, hanno da poco creato (insieme ai Paesi Baltici, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria e Repubblica Slovacca) i “Bucharest Nine”, un gruppo di collaborazione regionale volto a potenziare la loro influenza su Nato e Ue. Pur rimanendo aperta a questi legittimi tentativi di integrazione regionale a Est, l’Italia dovrebbe allo stesso tempo agire con gli altri partner europei, a partire da Germania e Francia, affinché questo gruppo non assuma una chiara connotazione anti-russa, con il risultato di un ulteriore raffreddamento dei rapporti tra Russia, da una parte, e Ue e Nato dall’altra. Dovrebbe, inoltre, continuare a puntare sui temi che avvicinano maggiormente Bruxelles a Mosca. Un obiettivo concreto per cui la diplomazia europea e quella russa potrebbero lavorare congiuntamente, ad modello, è la difesa dell’accordo nucleare con l’Iran, minacciato dal revisionismo di Trump.

Contribuire alla stabilità in Ucraina

La presidenza italiana 2018 dell’Osce può anche costituire un’occasione per aumentare la visibilità della diplomazia italiana e aiutare l’implementazione degli accordi di Minsk sull’Ucraina. A partire soprattutto dalla fine degli anni '90, il ruolo dell'Osce di controllo degli armamenti e promozione di diritti umani e cooperazione economica è diminuito, anche a causa della crescente conflittualità tra l’Occidente e la Russia di Putin. Tuttavia, l’organizzazione sembrava aver riacquistato una certa rilevanza politica con la crisi di Kiev, alla luce del proprio ruolo di garante dell'attuazione degli accordi di Minsk per il cessate il fuoco in Ucraina orientale. Vale la pena comunque ricordare che le decisioni politiche sulla risoluzione della crisi vengono prese da un gruppo ridotto di stati (Francia, Germania, Russia e Ucraina). Inoltre, si assiste attualmente ad un deterioramento della condizione di sicurezza, con violazioni del cessate il fuoco soprattutto nelle zone di Donetsk e del Donbass. Il lavoro della missione di monitoraggio dell’OSCE rimane ostacolato da un'insufficiente cooperazione tra le parti. L'obiettivo dell’Italia alla guida dell’OSCE nel 2018 dovrebbe essere quello di tentare di favorire il coordinamento tra la gestione politica della crisi a livello intergovernativo da un lato, e l'attuazione dell'accordo di cessate il fuoco in loco da parte dell'OSCE, dall’altro. Il possibile impiego di una missione di peacekeeping delle Nazioni Unite è attualmente al vaglio ma, visto il dissidio tra Washington e Mosca circa il mandato di tale missione, l’opzione più solida per la stabilità in Ucraina sembra passare per il dialogo intergovernativo tra Francia, Germania, Russia e Ucraina, insieme a un possibile rafforzamento dell’OSCE.

Riconciliare posizioni divergenti in Libia

Il dialogo con Mosca potrebbe essere ampliato e reso più strutturato anche su un altro fronte caldo che interessa l’Italia da vicino: la Libia. La Russia, insieme all’Egitto e agli Emirati, si è schierata dalla parte del generale Khalifa Haftar, che controlla la Libia orientale ed è sostenuto dal parlamento di Tobruk, esercitando al contempo influenza su di esso. Haftar continua a costituire un forte impedimento a una piena efficacia del governo voluto dalle Nazioni Unite e al rilancio del processo di mediazione. Mosca è apparsa determinata nel riempire un vuoto politico lasciato dagli Stati Uniti a seguito del cambio di amministrazione americana, con Trump assai meno disposto a farsi implicare in Libia.

L’appoggio russo a Haftar sembra quindi essere strumentale. Il coinvolgimento russo in Libia non è infatti paragonabile a quello in Siria e l’azione di Mosca appare più chiaramente tesa a far valere i propri interessi nell’ambito di una mediazione piuttosto che nella volontà di una nuova escalation militare. D’altra parte, è difficile pensare che allo stato attuale Haftar e suoi padrini internazionali possano essere esclusi dalle trattative. L’Italia dovrebbe quindi puntare a un dialogo costruttivo con Mosca affinché, nell’ambito di una mediazione multilaterale, possibilmente a guida italiana, anche la posizione russa sia tenuta in considerazione, come si delinea nel contributo sulla Libia in questo dossier. La divergenza di posizioni e alleanze tra Italia e Russia in Libia, tra l’altro, è stata già affrontata nell’ambito di alcune visite di rappresentanti politici italiani a Mosca e dovrebbe continuare ad essere discussa anche bilateralmente, per evitare che infligga un grave danno ai rapporti italo-russi.

Sostenere il dialogo tra società civili

La diplomazia ha smesso da tempo di essere appannaggio esclusivo dei governi: le aziende, ad modello, sono indubbiamente tra i nuovi attori diplomatici non statali che negli ultimi decenni si sono affermati sulla scena delle relazioni internazionali. L’Italia ha molto potenziale in questo campo e dovrebbe pertanto continuare a sviluppare e sostenere la propria diplomazia economica. Un’ipotesi che varrebbe la pena sottoporre ad attenta e dettagliata valutazione – soprattutto se non fossimo in grado di modificare la linea d’azione europea nei confronti della Russia – potrebbe essere quella della cosiddetta strategia del "Made with Italy", che prevede che le imprese italiane producano direttamente in loco, trasferendo parte del loro know-how. Un crescente numero di imprese italiane ed europee (come la tedesca Viessmann e la francese Auchan) ha già iniziato o intensificato la loro produzione in Russia in un tentativo di adeguarsi al regime di sanzioni e contro-sanzioni. Infine, andrebbero stimolati i canali di dialogo a livello di società civile, favorendo il dialogo e lo scambio di prospettive sulla collaborazione non soltanto in ambito economico ma anche culturale, coinvolgendo i think tank, il mondo accademico, gli enti culturali e i media.